#Mostrefuoriporta: Marina Abramović. The Cleaner

Palazzo Strozzi, a Firenze, ci ha abituati ormai a grandi retrospettive su importanti artisti della scena artistica contemporanea (qui il racconto della mostra dedicata a Bill Viola). Non delude le aspettative l’allestimento che, per la prima volta in Italia, omaggia il lavoro di una delle più grandi artiste contemporanee, sicuramente la più grande performer di sempre.

La mostra Marina Abramović. The Cleaner, visitabile fino al 20 gennaio, è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi ed è a cura di Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle Bonn.

Conoscere la Abramović è essenziale per qualsiasi appassionato d’arte. La sua opera può urtare fortemente la sensibilità del visitatore, può non toccare le corde emotive di tutti, può turbare o persino disturbare, ma non lascia mai indifferenti. Solleva interrogativi, con modalità innovative e altamente comunicative. Questo l’obiettivo raggiunto dall’artista, che ha rivoluzionato il mondo delle performance artistiche, sconvolgendo migliaia di visitatori.

Dalla mostra “Marina Abramović. The Cleaner”

Quali le domande poste? Il senso dell’essere artisti, del fare arte, un’analisi profonda delle relazioni umane, del significato del legame amoroso, esplicato in tutte le sue fasi, anche in quella conclusiva. Lo sguardo verso la propria patria (Abramović è originaria della Serbia) e le proprie radici, il desiderio di denunciare violenze e soprusi, di sfruttare lo strumento artistico per sollevare proteste.

Marina Abramović. The Cleaner

E l’allestimento ci accompagna cronologicamente attraverso le varie fasi della vita della Abramović, dagli esordi e i primi esperimenti – uno su tutti: quando restò per ore, totalmente inerme e in balia del pubblico, davanti a un tavolo con una miriade di oggetti che le persone avevano la possibilità di usare sul suo corpo – all’incontro e al grande amore con l’artista e performer tedesco Ulay, con il quale per anni condivise progetti spiazzanti, fino al toccantissimo atto finale del loro amore sulla Muraglia cinese. E poi il rapporto con la ex Jugoslavia, con il padre, con la guerra in Bosnia. E il continuo desiderio di sperimentare e trovare nuove modalità espressive, anche dopo la fine della storia con Ulay, per culminare con la performance al MoMA di New York, che l’ha resa celebre in tutto il mondo, durante la quale per più di 700 ore nell’arco di 3 mesi ha fissato muta e immobile 1675 persone che si sono avvicendate davanti a lei, ponendo al centro il valore di una comunicazione energetica e spirituale tra artista e pubblico.

VOTO 5/5

  • Allestimento: chiaro, cronologicamente ben distinto, sviluppa a fondo le tematiche affrontate dall’artista nel corso degli anni; non a caso la Abramović stessa ha curato il percorso espositivo. Una curatela che esalta e non sovrasta i contenuti.
  • Contenuti: variegati, dai video alle fotografie; va menzionata la presenza anche di performance che avvengono dal vivo in alcuni orari stabiliti della giornata e che rendono ancora più chiaro il significato di un’arte che dialoga direttamente col visitatore, che è anche direttamente coinvolto: gli viene chiesto di fermarsi, di sedersi, di contare dei semplici chicchi di riso, e assaporare il tempo che scorre lento.
  • Rapporto qualità/prezzo: considerata la qualità della mostra, il biglietto di 13 euro (15 con prevendita) è consono.

 

Info e orari

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