#SpecialeBiennaleArte2017: Giardino delle Vergini

Ed eccoci infine giunti alla fine del nostro viaggio alla scoperta della Biennale Arte di Venezia del 2017. Tante le tappe che abbiamo percorso, di settimana in settimana, per cercare di proporvi suggerimenti di visita e condividere le nostre impressioni su quello che, anche in questa edizione, ha dimostrato essere una fondamentale vetrina dell’arte contemporanea internazionale. Il tema “Viva Arte Viva” è stato a volte centrato, altre un po’ meno, ma ha fatto sentire con forza la sua presenza.

Vi salutiamo con un ultimo racconto: il Giardino delle Vergini.

Il Giardino delle Vergini si estende nello spazio un tempo occupato dal monastero di Santa Maria Vergine, che alla fine dell’Ottocento è stato distrutto. La bellezza di questo giardino è costituita dalla vastità della sua area verde (circa 14.000 metri quadri), che è stata interamente recuperata dopo anni di degrado e che ora accoglie installazioni e costituisce uno dei numerosi spazi che accolgono le opere della Biennale Arte.

Una delle installazioni più suggestive è sicuramente quella dell’egiziano Hassan KhanComposition for a Public Park, che riesce pienamente nel tentativo di creare un’atmosfera surreale che coinvolga i visitatori. Grazie all’uso di un impianto stereo multicanale, sfrutta lo spazio verde del giardino per creare una sorta di percorso uditivo in cui le persone si ritrovano immerse. L’area è divisa in tre zone, che corrispondono a tre diversi movimenti musicali composti da Khan stesso. Leitmotiv dei movimenti è una voce, registrata dall’artista, che solo un orecchio attento riesce a cogliere. E così, procedendo si sente prima il ritmo frenetico degli ottoni contrapposto al suono dei mizmar, strumento a fiato egiziano, e all’assolo di piano di Khan; poi si viene avvolti dalla musica classica araba; e, infine, il mix di battito di mani, quartetto d’archi e contrabbasso accompagna il visitatore all’uscita dal percorso.

"Composition for a Public Park", Hassan Khan. Foto di Ottavia Mangiagalli
“Composition for a Public Park”, Hassan Khan. Foto di Ottavia Mangiagalli

Altra opera da non perdere è Forêt de balais di Michel Blazy, famoso per inglobare nelle sue opere elementi organici che interagiscono con le sue installazioni e mutano nel corso del tempo. Qui, Blazy ha usato delle scope di saggina, in cui ha posto dei semi nei gambi. Elementi che di solito vengono tolti per fabbricare la scopa – i semi, per l’appunto – ora sono reintegrati e consentono alla saggina di vivere nuovamente, di cambiare e di adattarsi al clima e alle condizioni ambientali in cui si trova. Con Blazy, l’opera d’arte rompe qualsiasi schema. E si apre all’imprevisto, e alla vita. Per l’appunto, “Viva Arte Viva”.

"Forêt de balais", Michel Blazy, sorgho, scope, terra, acqua. Foto di Ottavia Mangiagalli
“Forêt de balais”, Michel Blazy, sorgho, scope, terra, acqua. Foto di Ottavia Mangiagalli

 

 

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